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	<title>il Giornale di Bioetica</title>
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	<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 22:32:10 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;appello dello scienziato Bell: &#8220;Il lato oscuro delle neuroscienze agisce contro la dignità della persona&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 16:13:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Adriana Gini - Le più recenti acquisizioni e scoperte del cosiddetto sapere scientifico possono costituire una ricchezza che va ad accrescere e rendere ancor più articolata la nostra già cospicua eredità. Una siffatta ricchezza, proprio per il fatto di essere così sovrabbondante di dati e d’informazioni, è assai problematica e difficile da utilizzare, soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1859" title="bell_curt_foto" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/09/bell_curt_foto-233x300.jpg" alt="bell_curt_foto" width="107" height="139" />di Adriana Gini </strong>- Le più recenti acquisizioni e scoperte del cosiddetto sapere scientifico possono costituire una ricchezza che va ad accrescere e rendere ancor più articolata la nostra già cospicua eredità. Una siffatta ricchezza, proprio per il fatto di essere così sovrabbondante di dati e d’informazioni, è assai problematica e difficile da utilizzare, soprattutto quando l’apporto delle scienze umane – e con esse di una riflessione - non sia contemplato. Se, in alcuni casi, i limiti tra ciò che è moralmente accettabile, e ciò che non lo è, non sono facili da delimitare, sia per l’individuo sia per la società nel suo complesso, in altre situazioni tale distinzione è quasi immediata e pressoché totale ne risulta l’accordo. Per esempio: gli studi e le ricerche delle neuroscienze, alla cui “esplosione” assistiamo giornalmente (la decade del cervello, 1990 -1999, sarà seguita da quella della mente, 2010 al 2020), rappresentano certamente un’opportunità per migliorare le condizioni di chi soffre (le patologie del sistema nervoso e della psiche sono tra le più frequenti e invalidanti), ma non solo. Una maggiore comprensione delle funzioni del cervello, e del rapporto che lega quest’organo alle facoltà che definiamo mentali, potrebbe aiutarci a riempire quelle eterne lacune che ci separano dal sapere chi siamo, che cosa ci motiva ad agire e cosa ci potrebbe rende “umanamente” migliori (è ovvio che non siano solo le neuroscienze a “muoversi” attraverso questi dilemmi). Anche nelle neuroscienze, tuttavia, esiste una “parte” che contraddice quanto sopra esposto. In inglese questa parte viene definita ”dark side”, ossia il “lato oscuro”, opposta al “bright side”, cioè il “lato luminoso o positivo”. Essa esprime la natura dell’uomo e dei suoi atti, spesso proteso verso ciò che è giusto, bello e vero. L’uomo, tuttavia, e da sempre, è “a rischio” tra il bene e il male morale.<span id="more-1858"></span> Le stesse conoscenze e le stesse scoperte che trovano applicazione in quelle patologie tanto temute - perché privano la persona di quanto ha di più intimo ed essenziale, come le proprie memorie, le facoltà cognitiva, affettiva e relazionale (basti pensare al morbo di Alzheimer) -  possono essere utilizzate in forma coercitiva in soggetti sani ed a scopo tutt’altro che benevolo (per esempio, l’estorsione d’informazioni o la delazione). Mi riferisco all’impiego di farmaci che provocano in chi l’assume, dolore, paura, ansia o, al contrario, una fiducia eccessiva. Inoltre, sempre grazie alle ricerche neuroscientifiche, è ormai possibile stimolare, o inibire, determinate aree del cervello utilizzando la tecnica TMS (transcranial magnetic stimulation). L’utilizzo di quest’ultima si estende dall’apparente miglioramento di alcune malattie note (ad esempio la depressione, resistente ai convenzionali trattamenti) alla manipolazione mentale. Inoltre, esistono numerosi studi e ricerche (e due compagnie private che offrono esami di Risonanza Magnetica Nucleare funzionale), che promettono di svelare se un soggetto menta oppure no, utilizzando tecniche di neuroimaging, oppure strumenti che ricordano più da vicino il tradizionale elettroencefalogramma. Tutti questi metodi, se impiegati su prigionieri di guerra, sono equiparabili alle torture e costituiscono una violazione dei diritti umani e della dignità personale (Am J Bioethics, National Security Issue, Vol.7, N° 5, 2007).<br />
Che dire poi dell’uso di robots che volano, camminano, nuotano e uccidono “freddamente” e con deliberazione? Essi sono stati progettati e realizzati grazie alle recenti acquisizioni delle neuroscienze sui meccanismi dei processi percettivi, volitivi e decisionali, studiati negli animali (Singer PW, “Wired for War, The Robotic Revolution and Conflict in the 21st Century, Penguin, 2009).  Ancora: lo studio degli ormoni e dei mediatori chimici, nonché dei circuiti cerebrali sottesi ad aggressività, paura, dolore, sonno, memoria, ecc., ha portato allo sviluppo di farmaci in grado di agire in modo selettivo su questi processi, modificandoli. L’impiego di tali sostanze su militari, allo scopo di ridurre la durata del sonno e la stanchezza, o per renderli meno sensibili al dolore e più coraggiosi in guerra, è stato ampiamente riportato. Variamente descritto è anche l’impiego di sostanze farmacologiche su soldati nemici per ridurne la capacità al combattimento (British Medical Association, “Use of Drugs as Weapons”, 2007). Queste e altre interessanti notizie sono state riportate in un poster scientifico dal titolo: “Responsabilities of Neuroscientists Concerning Aggressive War and Torture”, del prof. Curtis Bell (nella foto), neuroscienziato e senior scienziato Emeritus dell’Oregon Health and Science University, a Portland, nello stato americano dell’Oregon. Presentato al Meeting della Società per le Neuroscienze, svoltasi a Chicago nel 2009, e cortesemente inviatomi dallo stesso autore in formato digitale, esso richiama l’attenzione dei neuroscienziati sulle implicazioni etiche dell’uso delle scoperte delle neuroscienze nelle guerre ingiuste e negli interrogatori ai quali alcuni prigionieri non possono sottrarsi. Sebbene le considerazioni etiche del poster ivi contenute siano state inizialmente rivolte alla Società per le Neuroscienze e ai suoi associati, insieme alle raccomandazioni e alle azioni da intraprendere, recentemente Curtis Bell ha esteso la sua richiesta di aiuto alla comunità neuroscientifica internazionale, cioè una campagna d’informazione e un appello da sottoscrivere on line (“neuroscientist pledge”:<a href="http://tinyurl.com/neuroscientistpledge">http://tinyurl.com/neuroscientistpledge</a>). Tale richiesta è rivolta a tutti coloro che, come neuroscienziati, sia direttamente sia indirettamente sono coinvolti nella produzione e/o nell’applicazione all’uomo delle recenti scoperte delle neuroscienze, laddove essa sia impropria, dannosa o lesiva della dignità (gli esempi più importanti sono stati riportati in quest’articolo, cioè la guerra ingiusta, gli interrogatori di prigionieri e la violazione dei diritti umani). In questo modo, anche la comunità dei neuroscienziati, come sostiene il prof Curtis nell’articolo apparso su “New Scientists” lo scorso 6 febbraio 2010, potrà schierarsi a favore di una “cultura della pace e del rispetto della vita umana”, come hanno già fatto in passato le Associazioni Americane dei Medici Psichiatri, degli Psicologi e degli Antropologi.<br />
Il nostro giornale non poteva mancare a questo importante appuntamento con una informazione dai molteplici risvolti etici.</p>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Marizza è un ponte di ricordi dalla Guerra fredda all&#8217;Iraq del dopo-Saddam</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 20:00:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Bonito - Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, tante cose sono cambiate. Basta confrontare un atlante geografico dell’Europa degli anni Settanta con uno di oggi. Nazioni che non esistono più, altre che si sono frantumate, altre ancora che hanno assunto nomi diversi. La storia che viene definita “recente” e che copre  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1849" title="copertina_guerra_fredda_pace_calda" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/08/copertina_guerra_fredda_pace_calda.jpg" alt="copertina_guerra_fredda_pace_calda" width="112" height="165" />di Claudio Bonito </strong>- Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, tante cose sono cambiate. Basta confrontare un atlante geografico dell’Europa degli anni Settanta con uno di oggi. Nazioni che non esistono più, altre che si sono frantumate, altre ancora che hanno assunto nomi diversi. La storia che viene definita “recente” e che copre  gli ultimi decenni, è estremamente complessa e, proprio perché recente, affascinante. Ma anche triste. Quanti di noi hanno perso un nonno o un parente stretto in una guerra che vedeva contrapposte nazioni e governi. Questi eroici caduti dovrebbero sapere che, grazie anche al loro sacrificio, oggi i loro figli e nipoti possono dirsi, insieme ai figli e ai i nipoti dei vecchi nemici, cittadini europei.<br />
Il generale degli Alpini Gianni Marizza, nel suo ultimo bel libro “Guerra fredda e pace Calda”, edito da Widerholdt Frères, ci racconta la sua avventura di soldato iniziata nei primi anni Settanta come giovane Ufficiale appena uscito dall’Accademia Militare di Modena e terminata ai vertici della difesa Italiana, impegnato, con funzioni di alto comando, nelle più recenti missioni militari in varie parti del mondo. La storia, la sua storia, si dipana sullo sfondo di un mondo che cambia e di un’Europa che, raccolti i cocci della seconda guerra mondiale, si avvia pian piano ad un’unità difficile, sofferta ma inevitabile.<br />
<span id="more-1848"></span>E’ un libro bello, e sotto certi punti di vista, commovente, come lo sono tutti i racconti che partendo da una storia personale, fatta di particolari veri, umani, reali toccano l’animo di chi quei momenti li ha vissuti, o li ha ascoltati nei racconti di amici o di parenti.<br />
E’ suddiviso in sei capitoli relativi alle varie esperienze dell’autore, la cui figura di protagonista, in realtà, si comporta da lente di ingrandimento attraverso la quale si osservano gli eventi scorrere con semplicità e fedeltà storica.<br />
Da un’Italia che, attenta alla difesa del “nemico” che veniva dal freddo - cioè dalla frontiera orientale presso la quale erano dislocate le divisioni più operative - sempre nell’alveo dell’Alleanza Atlantica, passa ad un esercito professionale che viene chiamato là dove la pace lo richiede. I racconti, o meglio, il racconto -perché, in effetti, sembra di trovarsi di fronte ad un romanzo– sono, a dir poco, appassionanti ed avvincenti e prendendo per mano il lettore lo conducono attraverso episodi a volte drammatici, a volte divertenti, ma sempre reali.<br />
Dalle Alpi al Nord Europa, dal Corno d’Africa ai Balcani e, infine, nell’Iraq del dopo 11 Settembre, come Vice comandante del Corpo d’Armata multinazionale (il che la dice lunga sui meriti dell’autore), la storia del generale Marizza corre parallela alla storia dell’Italia, dell’Europa, del mondo.<br />
Il primo capitolo è una vera e propria lezione di geopolitica. Difficilmente è data la possibilità di leggere la storia in una maniera così chiara, accattivante, documentata ed obbiettiva. Soprattutto “quella” storia. Gli eventi, cioè, che hanno caratterizzato il periodo immediatamente successivo alla caduta del fascismo nel Friuli – Venezia Giulia. Eventi di odio razziale, di vendette e di foibe. Ma il segreto c’è. Eccome. Ed è svelato dal fatto che Giovanni Marizza non è solo un impeccabile e pluridecorato generale degli Alpini, è anche un giornalista, scrittore e, dulcis in fundo, insegnante di Geopolitica all’Università di Roma “La Sapienza”.<br />
Il sottotitolo del libro recita: “40 anni di naja alpina”. La naja, si sa, rappresentava il servizio militare così come “ai nostri tempi”si faceva. Un servizio obbligatorio, e al quale tutti dovevano attenersi. La parola evoca l’idea della noia, del conto dei giorni che mancavano al congedo o della “stecca”, come si definiva in gergo.<br />
Oggi sappiamo, invece, che non erano, e che non sono stati, giorni sprecati, e certamente il libro di Gianni Marizza riesce a ricordarcelo.</p>
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		<title>Traversa: &#8220;La consulenza filosofica comprende e accoglie le condizioni che creano il disagio della persona&#8221;.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 19:23:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Sergio Dagradi - “Identità etica. Questioni di storiografia filosofica e di consulenza filosofica” (Manifestolibri, Roma, 2008, pp. 127, 15 euro) di Guido Traversa, docente di Storia della Filosofia Contemporanea all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è un testo importante e complesso. Una complessità che nasce in parte dall’argomento, ossia il tema dell’identità affrontato da una pluralità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1841" title="identita_etica_traversa_copertina" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/08/identita_etica_traversa_copertina.jpg" alt="identita_etica_traversa_copertina" width="136" height="197" />di Sergio Dagradi</strong> - “Identità etica. Questioni di storiografia filosofica e di consulenza filosofica” (Manifestolibri, Roma, 2008, pp. 127, 15 euro) di Guido Traversa, docente di Storia della Filosofia Contemporanea all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è un testo importante e complesso. Una complessità che nasce in parte dall’argomento, ossia il tema dell’identità affrontato da una pluralità di prospettive, e mediante il dialogo con alcuni momenti tra i più importanti del divenire del pensiero filosofico occidentale, in parte dal desiderio di riunire in un unico percorso testi nati in circostanze differenti, quindi con una cifra stilistica e di scrittura difformi. Il senso ultimo del libro si dipana a partire da una serie di domande che l’autore pone all’inizio della premessa: «Quale identità ha la potenza di non cancellare le differenze? Quale identità personale può sostenere l’agire etico individuale? Quale identità collettiva può dar forma corretta alle relazioni interpersonali? Quale identità di un popolo può essere riconosciuta dagli altri? Quale identità può essere etica e non produrre violenza?» (p. 7).  <span id="more-1839"></span>La risposta a queste domande è sintetizzata immediatamente dopo i quesiti, ad offrire quasi al lettore un’anteprima con cui dovrà confrontarsi, con la quale dovrà cercare di dialogare per tutto il libro: è quell’identità capace di strutturasi come luogo dialettico tra sé e gli altri, come luogo capace di dipanarsi tra attestazione della propria memoria e apertura al divenire, in un gioco continuo di libertà e necessità, che Traversa sintetizza con il carattere costitutivo della “distinzione”.<br />
La definizione dei termini della suddetta risposta è affidata a due momenti distinti, ma non separati, della ricerca dell’autore: una ricognizione lungo un percorso esplorativo - come detto - di alcuni filosofi paradigmatici della riflessione occidentale e la rimessa in circolo, nel circolo della pratica della consulenza filosofica, del guadagno teorico così individuato. La consulenza filosofica vorrebbe, in tal senso, emergere come quel raro deposito della bimillenaria storia della filosofia occidentale da cui sempre, ancora una volta e incessantemente, il dialogo di ricerca del soggetto, rispetto a sé, alla propria identità (tanto individuale che collettiva) può attingere preziosi elementi ed alimenti.<br />
In questo dialogo con alcune delle esperienze filosofiche del passato il problema dell’identità emerge, almeno così è parso alla mia lettura, come connesso anzitutto al processo sempre problematico, e mai compiuto, che conduce il soggetto stesso alla verità e di conseguenza - in una prospettiva di lettura foucaultiana – a dire anche la verità su se stesso, fondando la propria identità su questo poter dire la verità. La verità è così problematizzata dalla filosofia come sempre problematica, mai data, ma sempre di nuovo da ricercare e riaffermare: e quindi la propria identità, vuoi di filosofo, vuoi di uomo in senso più ampio e completo. Il pericolo dell’errore è certamente sempre in agguato, ma è un pericolo funzionale al rimanere in tensione, al restare nella giusta tensione per poter perseguire la verità, così come avviene con il pericolo insito in ogni dire, ovvero l’inadeguatezza dell’espressione rispetto al suo contenuto.<br />
L’identità così perseguita appare, allora, in tutta la sua finitudine, come anch’essa mai data, ma sempre aperta, e aperta inevitabilmente in una dimensione dialogica di ricerca del vero (appunto come ricerca di sé).<br />
Proprio questo incessante dialogo - rappresentato nel testo proprio da questo continuo sondare, da parte dell’autore, delle possibilità che altre esperienze filosofiche hanno offerto e possono offrire rispetto ai dispositivi di definizione della propria identità (e di quale identità) – trova una propria risoluzione, che getta altresì una nuova ed unitaria luce interpretativa proprio rispetto al percorso storiografico precedente. Così la soluzione arriva nell’ultimo capitolo, dedicato, come detto, alla “consulenza filosofica”, materia che Guido Traversa insegna come direttore del Master in “Consulenza Filosofia ed Antropologia Esistenziale” presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.<br />
Nella consulenza, infatti, il problema dell’identità, della sua costruzione e delle domande che questa pone, sono ricondotti a quello del «giudizio individuale» che, secondo Traversa, rappresenta il portato principale di ogni pratica terapeutica: «[…] un giudizio che intellige porta ad universale, ad un oggetto determinato (che sia un fatto estetico o un evento storico è indifferente) senza cancellare la distinzione reale che intercorre tra l’identità dell’oggetto e l’identità del metodo che consente di conoscerlo come “appartenente a”» (p. 102). È un giudizio che si fa pienamente carico del problema - posto già da Aristotele -  della relazione sussistente tra sostanze prime e sostanze seconde, intendendo con le prime le uniche effettivamente esistenti e coincidenti con gli enti reali, e con le seconde il prodotto di un processo di astrazione. La sottile dialettica tra caratteri generali di ogni eziologia o patologia e individualità del disagio del paziente rappresenta uno snodo centrale, secondo Traversa, per poter operare un possibile intervento terapeutico. Solamente alla luce di un approccio di questo tipo sarà infatti possibile non appiattire la stessa identità del paziente sulla sua condizione di malato, rimuovendo quelle componenti viceversa sane e positive della sua personalità attraverso le quali poter operare, per l’appunto, l’intervento terapeutico.</p>
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		<title>&#8220;Le cavie umane per la sperimentazione dei farmaci: il guadagno vale forse la propria salute?&#8221;: rettifica della redazione</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 14:14:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luisella G. Daziano - La redazione de Il Giornale di Bioetica si scusa con il prof. Antonio G. Spagnolo, e con i lettori, per l’inesattezza nell’articolo “Le cavie umane per la sperimentazione dei farmaci: il guadagno vale forse la propria salute?”, pubblicato in data 19 agosto 2010 sull’homepage del giornale. La lacuna alla quale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luisella G. Daziano</strong> - La redazione de Il Giornale di Bioetica si scusa con il prof. Antonio G. Spagnolo, e con i lettori, per l’inesattezza nell’articolo “Le cavie umane per la sperimentazione dei farmaci: il guadagno vale forse la propria salute?”, pubblicato in data 19 agosto 2010 sull’homepage del giornale. La lacuna alla quale ci riferiamo – e per la quale stiamo rettificando secondo la legge sulla stampa - consiste nel non aver precisato che la dichiarazione del prof. Spagnolo, riportata regolarmente tra virgolette, è stata pubblicata sul quotidiano Avvenire dello scorso 28 gennaio 2010. Certa della vostra stima, colgo l’occasione per ringraziare il prof. Spagnolo per l&#8217;attenzione che sempre ci dedica, la redazione ed i collaboratori, ed in particolare tutti i nostri lettori.</p>
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		<title>Le cavie umane per la sperimentazione dei farmaci: il guadagno vale forse la propria salute?</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 21:31:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Stefania Gratisti - L’utilizzo di esseri umani viventi sani - le cavie umane -  in esperimenti scientifici, non esenti da rischi, è una componente importante della storia della scienza, di cui non si trova però cenno nella quasi totalità dei libri scientifici. Agli Stati Uniti va senza dubbio ascritto il merito di alcuni dei più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1828" title="pasticche" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/08/pasticche.bmp" alt="pasticche" />di Stefania Gratisti</strong> - L’utilizzo di esseri umani viventi sani - le cavie umane -  in esperimenti scientifici, non esenti da rischi, è una componente importante della storia della scienza, di cui non si trova però cenno nella quasi totalità dei libri scientifici. Agli Stati Uniti va senza dubbio ascritto il merito di alcuni dei più stupefacenti progressi scientifici che, soprattutto nel settore medico e farmacologico, hanno cambiato la vita di miliardi di persone in tutto il mondo, spesso migliorandola - come nel caso delle cure per la malaria e per altre malattie infettive - e qualche volta peggiorandola - basti pensare alla moderna psichiatria, o al crescente trattamento dei bambini con farmaci. Purtroppo, però, per questi risultati viene pagato un prezzo molto alto: l’utilizzo di essere umani impiegati negli esperimenti. Nella farmacologia l’Italia è molto indietro: il quinto Paese per consumo di farmaci al mondo, ed in Europa è tra gli ultimi come numero di ricerche svolte sui medicinali. Negli ultimi due secoli alcuni soggetti sottoposti ai test sono stati ricompensati per i danni alla loro salute fisica e mentale, ma la maggior parte non ha ricevuto niente. Molti hanno perso la vita a causa di test che spesso sono stati effettuati senza che lo volessero o addirittura senza saperlo, e naturalmente non potranno mai essere risarciti per aver perso uno dei beni più preziosi: la propria salute.<span id="more-1827"></span> C’è un lato oscuro della medicina occidentale di cui pochi vogliono sentir parlare: gli esperimenti condotti sulle cavie umane, in nome del progresso scientifico. Ai giorni nostri si continua a condurre esperimenti medici su volontari, studenti, disoccupati, detenuti e persone bisognose di soldi che non pensano al progresso scientifico, ma che si sottopongono ai test, “reinventando un lavoro” da tempi di crisi,  “un’occupazione alternativa”, quella di cavia umana, che consiste nel prestare il proprio corpo alla scienza traendone il massimo profitto, fino a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Il fenomeno, è evidente, ci mette di fronte ad un duplice dilemma: etico e sanitario. Il peso della sperimentazione ricade sulle categorie sociali più deboli che diventano “cavie” per necessità e non per libera scelta. Oltre che ingiusto, questo è pericoloso, dal momento che chi si sottopone ai test solo per mantenersi agli studi universitari, ad esempio, tende a non rispettare le regole di sicurezza, ovvero non osserva il periodo di pausa obbligatoria tra uno studio e l’altro, che dura in genere un mese, mettendo a rischio sia la validità della sperimentazione sia la sua salute. Altri, invece, non dichiarano i reali effetti collaterali che un farmaco produce per paura che la sperimentazione venga interrotta, ed il compenso ridotto.<br />
“Sono i rischi che si possono correre se il movente economico diventa l’unica ragione per sottoporsi ai test” dichiara il prof. Antonio G. Spagnolo, direttore dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma. “Ecco perché in Italia si cerca di puntare sulla responsabilizzazione dei volontari. Chi sceglie di testare su di sé un farmaco dovrebbe farlo avendo compreso il valore sociale del suo gesto. Anche per questo, da noi, i compensi sono relativamente bassi: poche centinaia di euro. Esiste, inoltre, un rigido controllo da parte dei comitati etici”.<br />
Ci sembra tuttavia difficile ipotizzare un’effettiva capacità di discernimento quando il bisogno urge, o l’esigenza economica viene comunque messa al primo posto tra le priorità.</p>
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		<title>Anima e mente: un teologo e uno psichiatra a confronto</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 17:33:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Adriana Gini - &#8220;Anima e mente&#8221;: un tema a due voci, un libro a quattro mani per l’editrice San Raffaele (nella foto). E’ il pregevole risultato di un dialogo impegnativo, che è anche un confronto, su un tema delicato e certamente non facile. Ne sono autori Mons. Piero Coda, preside dell’Associazione Teologica Italiana, accademico della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1824" title="copertina" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/08/copertina.jpg" alt="copertina" width="120" height="166" />di Adriana Gini - &#8220;</strong>Anima e mente&#8221;: un tema a due voci, un libro a quattro mani per l’editrice San Raffaele (nella foto). E’ il pregevole risultato di un dialogo impegnativo, che è anche un confronto, su un tema delicato e certamente non facile. Ne sono autori Mons. Piero Coda, preside dell’Associazione Teologica Italiana, accademico della Pontificia Accademia di Teologia, e preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, ed il prof. Enrico Smeraldi, psichiatra cattolico, docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Attraverso l’introduzione e gli undici densi capitoli, i due esperti affrontano temi fondamentali: il rapporto tra anima e mente, il ruolo dello psichiatra e del sacerdote nella terapia delle malattie della mente e delle afflizioni dell’anima, ed il recente apporto delle moderne neuroscienze. Un intero capitolo del libro è dedicato alle visioni, ai deliri ed alle esperienze mistiche. Se il termine anima, ai giorni nostri, sembra essere stato dimenticato, questo libro lo propone con forza nelle parole di Piero Coda: “Io, ad esempio, intendo per anima, nel senso della filosofia classica e più precisamente della tradizione religiosa cristiana…quella dimensione dell’essere umano che conferisce a esso unità e identità in virtù della sua sporgenza eccentrica rispetto al mondo, sul mistero di Dio”. <span id="more-1822"></span>Elegante e, credo, rispondente alle nostre intuizioni, la definizione di mente, che ne dà sempre Coda: “.. Quel territorio del nostro esistere in cui interagiscono la sostanza materiale e biologica con quella psichica e cognitiva“. In varie parti del testo, lo psichiatra Smeraldi accentua la distinzione tra ciò che appartiene alla mente e ciò che invece è proprio dell’anima, sottolineando che per la sua natura specifica l’anima mantiene quella sua capacità misteriosa di “dialogo” con Dio, per la quale è stata creata, anche quando le facoltà psichiche - mentali del soggetto siano gravemente compromesse. Un capitolo del testo è dedicato a “la mente malata”. Prevedibile che oggetto di riflessione sia la depressione, una delle malattie più diffuse e certamente più temute dei nostri tempi. Su di essa  convergono gli sforzi sia dello psichiatra, che ne cerca di definire la natura e decide l’eventuale cura, sia il teologo, la cui specificità sta nel cercare quei “turbamenti” dell’anima che possano avere influenze “fisiche”sulla persona. Le più recenti, convalidate ricerche e scoperte delle neuroscienze ottengono un giudizio favorevole sia da Smeraldi sia da Coda, poiché considerate  nuova “luce”  che si proietta sulla complessità e multidimensionalità che caratterizzano la persona umana. Per concludere: la risposta a chi  cercasse motivazioni convincenti per intraprendere questa non sempre facile, ma affascinante, lettura si trova  nelle parole di Smeraldi, riportate nelle prime pagine del libro:  “Perché uno psichiatra  e un teologo si confrontano, affrontando di volta in volta, ognuno dal proprio punto di vista, uno stesso tema, così che ogni argomento è visto dallo psichiatra e dal teologo? Principalmente perché sono entrambi convinti che  teologia e psichiatria, pur con molte differenze, possano tuttavia collaborare a vantaggio della creatura umana, della sua piena realizzazione e della sua pace interiore”. Uno scopo ambizioso su cui riflettere, per divenire responsabili in prima persona circa il significato da attribuire alla nostra vita individuale e di relazione, e sul quale le nostre conoscenza e consapevolezza meritano un approfondimento. Indubbiamente questo libro svolge un ottimo compito nel coadiuvarci in questa impresa.</p>
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		<title>Il generale Marizza: &#8220;L&#8217;etica della guerra e l&#8217;etica dell&#8217;informazione hanno norme comuni&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 14:19:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luisella G. Daziano - A pochi giorni dalla morte dei due soldati italiani in missione in Afghanistan – Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis – le domande sul senso della vita, e sull’esistenza di un’etica della guerra, non tardano a concretizzarsi. Se scrivere di Bioetica significa affrontare tematiche di vita e di morte – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1800" title="marizza_generale" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/08/marizza_generale.jpg" alt="marizza_generale" width="80" height="95" />di Luisella G. Daziano - </strong>A pochi giorni dalla morte dei due soldati italiani in missione in Afghanistan – Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis – le domande sul senso della vita, e sull’esistenza di un’etica della guerra, non tardano a concretizzarsi. Se scrivere di Bioetica significa affrontare tematiche di vita e di morte – quindi dell’esistenza di ciascuno di noi – allora sul nostro giornale non poteva mancare una riflessione sulla vita del soldato, che sperimenta tradizioni e costumi di più popoli, che vive la guerra e le sue regole, e che incontra la morte con le sue sfaccettature: non soltanto quella di chi combatte, ma anche quella dei civili. Appena abbiamo ricevuto il suo ultimo libro, <em>“Guerra fredda e pace calda”</em>, siamo andati a parlare con il generale degli alpini <em>Giovanni Marizza</em> (nella foto), comandante del contingente italiano della forza mobile della Nato, e della brigata alpina Julia. Esperto in gestione della crisi, Giovanni Marizza ha una vasta esperienza di operazioni di mantenimento della pace, stabilizzazione e ricostruzione in Africa, nei Balcani e in Medio Oriente. In Iraq è stato vice comandante del corpo d’armata multinazionale, costituito da truppe di ventisette Paesi.  Dall’incontro con il generale è nata l’intervista che vi proponiamo, e la nuova rubrica di Geopolitica, che Marizza ha accettato di dirige sulle nostre colonne.</p>
<p><strong>Generale Marizza, come si arriva a comprende pienamente il valore della vita?<br />
</strong>“Come tutte le cose, quando viene a mancare. Ad esempio, durante la Guerra Fredda, quando veniva meno la vita di un soldato, magari soltanto a causa di un incidente d’auto mentre tornava a casa dalla famiglia. Quando è iniziata la ‘pace calda’ sono aumentate le missioni, quindi i rischi. Così si perdeva la vita per questioni operative. Nel 1999 in Albania, nel 2005-2006 in Iraq: un giorno precipitava un elicottero, poi un aereo con i due piloti, e la gente moriva. Pur non avendo mai vissuto battaglie ho assistito a diversi episodi nei quali la gente perdeva la vita, soprattutto in Iraq: ogni giorno un soldato della coalizione rimaneva ucciso. Così nel briefing della sera prendeva la parola il cappellano militare, che proponeva un nome per ‘l’eroe del giorno’. Allora veniva proiettata la foto mentre si raccontava la vita del soldato appena morto: un americano, od uno qualunque della coalizione. Morivano anche gli iracheni: talvolta investiti dall’esplosione di una bomba in strada, oppure per l’attentato di un kamikaze, che si era fatto saltare in aria uccidendo tutti i civili, magari in fila per andarsi ad arruolare nella Polizia”.<br />
<span id="more-1799"></span><strong>Ci sta dicendo che la morte non fa distinzione tra militari e civili?<br />
</strong>“Purtroppo anche nel trattamento di una persona morta c’è differenza. La morte di un soldato non è quasi mai anonima, grazie alle piastrine di riconoscimento. Dei nostri morti si sapeva tutto e si poteva ricostruire tutta la loro vita, e raccontarla. Dei civili locali non si sapeva nulla, neppure i nomi. I nostri militari vengono onorati, celebrati e ricordati in molti modi. Le decine e decine di civili morti, invece, vanno a finire nelle fosse comuni, e lì dimenticati”.<br />
<strong>Generale, lei è stato per anni responsabile delle relazioni internazionali dello Stato Maggiore della Difesa: le sembra che ci sia qualcosa di etico in una guerra?<br />
</strong>“The warrior ethos, ossia il credo del soldato americano, introdotto nel 2001. Quel ‘Io sono un soldato americano. Sono un guerriero e faccio parte di un team’ non significa essere guerrafondai insensibili, come spesso vengono tratteggiati i militari americani. A mensa l’italiano inizia a mangiare in fretta; l’americano si raccoglie un momento, si fa il segno della croce, poi mangia. Negli accampamenti c’è un cappellano per ogni religione: le chiese e le cappelle sono sempre molto frequentate. Dopo il rientro in accampamento un soldato rivela di essere un uomo come tutti gli altri. L’etica della persona, dell’essere umano con le sue paure ed i suoi sentimenti, è sempre presente, anche in guerra. Esiste un’etica del soldato, non un’etica per ogni grado: è quella che ci hanno insegnato giorno per giorno, ossia quella scritta nei regolamenti, vale a dire l’etica della disciplina, che ad esempio insegna come comportarsi con i pari grado. La Convenzione di Ginevra e quella dell’Aja insegnano, nello specifico, il comportamento con i prigionieri. Purtroppo c’è chi non le ha studiate, le convenzioni”.<br />
<strong>Quindi un soldato deve studiare non soltanto per imparare, ma anche per non adottare un comportamento sbagliato…<br />
</strong>“Certamente. Bisogna studiare prima di partire per una missione, e studiare bene. Una volta arrivati sul posto si mette subito in pratica quanto si è appreso: gli aspetti antropologici, sociologici, la lingua. Faccio un esempio: prima di partire per il Mozambico avevamo fatto corsi di portoghese. Una volta arrivati, i soldati sapevano farsi capire. Parlare la stessa lingua ci ha permesso di stabilire con i locali un rapporto di fiducia. Parlare la lingua del posto aiuta infatti a dimostrarsi imparziali, a non prendere le parti delle fazioni. In Mozambico si stupivano di constatare che gli Italiani non erano razzisti. Gli italiani erano arrivati con l’Onu, che non è mai stata razzista: questo comportamento ci ha subito ripagato con la fiducia della gente: infatti nessuno ha mai sparato contro di noi”.<br />
<strong>Ci può raccontare di quando è stato l’artefice della pace fra Etiopia ed Eritrea?</strong><br />
“Erano gli anni 1998-1999. L’Italia ha mandato una delegazione, costituita da Rino Serri sottosegretario agli Esteri (purtroppo già scomparso), dall’ex ambasciatore dell’Etiopia, e da me come militare. L’Italia si era offerta come ex potenza coloniale. Insomma, noi tre siamo andati a parlare con i due capi di Stato, nelle due capitali, e li abbiamo convinti a fare una tregua di un mese. Quella tregua dura ancora oggi! Per andare a parlare sia nell’una che nell’altra capitale, e per non sorvolare il confine tra le due città – quindi per evitare di essere colpiti – siamo andati da Asmara ad Addis Abeba facendo un lungo giro, passando prima per Gibuti, per poi risalire. Quella tra Etiopia ed Eritrea è l’esempio di una pace che si è autoalimentata”.<br />
<strong>Quando è diventato generale?<br />
</strong>“Nel 1999. Mi trovavo in Bulgaria, in auto con Gianni Rivera, allora sottosegretario alla Difesa nei governi dell’Ulivo. Esattamente nel momento in cui passavamo sul fiume Marizza (presso il quale ci fu la celebre battaglia tra Serbi e Turchi Ottomani nel 1371) mi è squillato il cellulare. Era il mio ufficio a Roma, che mi stava comunicando che ero partito come colonnello e che sarei rientrato come generale. Una bella telefonata su un fiume che mi ricorda qualcosa…”.<br />
<strong>Giovanni Marizza: generale, ma anche giornalista, scrittore e pittore. Attività in comune o in contrapposizione?<br />
</strong>“Contemporaneamente in comune ed in contrapposizione. I militari hanno l’esigenza della riservatezza, ma anche della costante documentazione di quello che si fa. In me ha prevalso la necessità di documentare, infatti intendo il giornalismo, e la mia attività giornalistica nello specifico, come un servizio. Mi diverto a correggere certe distorsioni, delle quali il mondo dei media è ricco, portando così alla luce le cose ‘come sono’, anziché per come vengono divulgate. L’Etica dell’informazione, come l’etica in guerra, passa attraverso regole e persone da rispettare”.</p>
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		<title>Cresce il numero delle mamme over 40: una tendenza che cambierà l&#8217;orologio biologico?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 18:18:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luisella G. Daziano - Mamme a quarant’anni e oltre: da possibilità potrebbe diventare abitudine. Per ora è una realtà sempre più diffusa, ma tra qualche generazione potrebbe essere la regola: parola della scienza. Ad affermarlo sono i ricercatori dell’Università di Sheffield, secondo i quali la selezione naturale, che prima manteneva la fertilità in età [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1652" title="maternita_klee" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/07/maternita_klee.jpg" alt="maternita_klee" width="123" height="124" />di Luisella G. Daziano</strong> - Mamme a quarant’anni e oltre: da possibilità potrebbe diventare abitudine. Per ora è una realtà sempre più diffusa, ma tra qualche generazione potrebbe essere la regola: parola della scienza. Ad affermarlo sono i ricercatori dell’Università di Sheffield, secondo i quali la selezione naturale, che prima manteneva la fertilità in età molto giovane, si indebolirà, favorendo invece il rafforzamento di quella in età avanzata. La teoria dei ricercatori, pubblicata sulla rivista “The American Naturalist”, si basa sullo studio dei registri dei matrimoni in Finlandia nel 1700 e nel 1800, per un totale di 1591 donne, che si sposavano molto prima rispetto ai tempi ormai tipici della nostra epoca. “Nelle società moderne invece – spiega Duncan Gillespie, uno degli autori – la maternità inizia in età avanzata, perché il matrimonio avviene più tardi. Come risultato si potrebbe ottenere che la selezione naturale arrivi a  favorire la maternità in età avanzata. Questo potrebbe portare, fra diverse generazioni, a più donne capaci di generare figli dopo i quarant’anni”.<br />
<span id="more-1651"></span>Indubbiamente la tendenza attuale (talvolta la necessità, che non riesce sempre a farsi virtù) è quella appena tratteggiata. Resta da dimostrare se questa tendenza sociale sia capace di una effettiva trasformazione favorita dalla biologia, quindi dalla natura.<br />
“L’essere riusciti a spostare l’età media del primo figlio è una conquista di questo secolo”, ha spiegato Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), aggiungendo che “è probabile che la selezione naturale spingerà verso le donne in grado di procreare più tardi, ma i segnali di questo cambiamento non si sono ancora visti”.<br />
Dal punto di vista biologico il presidente della Sigo non ha dubbi: “L’età della menopausa è rimasta la stessa: quello che è cambiato è il numero di figli procapite, che in Italia è sceso a 1,2, purtroppo molto al di sotto del tasso necessario (2,11) per garantire la sopravvivenza della specie”.<br />
Se la scienza medico-biologica parla chiaro, le cifre fanno altrettanto. Nel nostro Paese, secondo i dati Istat relativi al 2008, il numero di donne che partoriscono tardi si è triplicato rispetto al 1995. L’ultimo rapporto stilato parla di 12.383 donne che hanno avuto un figlio oltre i 40 anni nel 1995, salite a 32.578 nel 2008, ossia a +5,7% del totale. In netto calo anche le mamme prima dei 25 anni: poco più di 64.000, circa l’11%.<br />
Cifre simili alle italiane si sono rivelate essere quelle della Gran Bretagna: secondo l’ufficio di statistica britannico le mamme over 40 sono poco meno di 30.000, e la percentuale sul totale è di poco inferiore a quella dell’Italia.<br />
Insomma, le cifre dicono che le mamme ultra quarantenni crescono, ma la biologia ha ancora l’ultima parola.</p>
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		<title>Etica dell&#8217;informazione: licenziata &#8220;la lingua&#8221;, prende il suo posto &#8220;l&#8217;antilingua&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 09:07:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Giovanni Marizza (II parte) Tutto il buonismo che ci circonda non è necessariamente negativo, anzi, ha talvolta lo scopo lodevole di elevare ed ottimizzare la dignità umana. Tutto ciò, invece, può diventare pericoloso quando l’edulcorazione a tutti i costi, la semplificazione, la distorsione inquinano la politica e la geopolitica. “Scegliere in politica parole sbagliate significa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1641" title="quotidiani" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/07/quotidiani.bmp" alt="quotidiani" />di Giovanni Marizza</strong><strong> (II parte)</strong> Tutto il buonismo che ci circonda non è necessariamente negativo, anzi, ha talvolta lo scopo lodevole di elevare ed ottimizzare la dignità umana. Tutto ciò, invece, può diventare pericoloso quando l’edulcorazione a tutti i costi, la semplificazione, la distorsione inquinano la politica e la geopolitica. “Scegliere in politica parole sbagliate significa sbagliare politica”, sostiene a ragione Angelo Panebianco. Se scegliamo la parola sbagliata accade che l’ “Islam radicale” o il “fondamentalismo islamista” diventino semplicemente “terrorismo”. Non sapere chi è il nemico o chiamarlo col nome sbagliato (o addirittura “trattarlo da amico&#8221;, come diceva Oriana Fallaci) non può portare a nulla di buono.<br />
E la cosa può diventare pericolosa anche quando la distorsione dei termini tende ad attribuire connotazioni negative a chi ha il torto di la pensarla diversamente. Come nel caso dell’aborto, dove i favorevoli vengono definiti “abortisti” e i contrari “antiaboristi”. E’ veramente sorprendentemente che il prefisso “anti-” venga affibbiato non ai sostenitori della morte, ma a quelli della vita. Ed è altrettanto squallido che l’edulcorazione e la falsificazione dei termini vengano applicate senza ritegno alle pratiche di morte. Ecco allora che l’uccisione deliberata del feto diventa “aborto” e che questo si tramuta in “interruzione volontaria di gravidanza” o semplicemente “ivvuggì”. Ecco poi che l’uccisione deliberata della vecchia zia o del nonno diventa “eutanasia”.<span id="more-1640"></span>E che dire di un’altra sigla, la “effe-emme-à”, che sta per “fecondazione medicalmente assistita” (vedasi la famosa Legge 40)? Il ricorso alle sigle è sempre più frequente perché fa fine e non impegna, e poi con le sigle si riescono a nascondere anche le manipolazioni del linguaggio. Si legga il testo di quella legge e si scoprirà che di medico-terapeutico c’è ben poco, tant’è vero che l’uomo o la donna impossibilitati a procreare resteranno tali nonostante la legge e nonostante la sigla. Meglio sarebbe chiamarla “fecondazione umana artificiale con metodi zootecnici”, ma questo sarebbe troppo aderente alla realtà e quindi rislterebbe politicamente scorretto.<br />
E allora, avanti con la distorsione! E così al “sesso” si preferisce il termine “genere”, a “marito e moglie” si preferisce “coniugi” (che in tal modo possono essere anche dello stesso sesso) e a “padre e madre” si preferisce il più vago “genitori”.<br />
Quindici anni fa Giovanni Paolo II trattò questi argomenti e denunciò queste storture nell’enciclica Evangelium Vitæ: “Si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con locuzioni di tipo sanitario che distolgono lo sguardo dal fatto che è in gioco il diritto all’esistenza di una concreta persona umana, (…) Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia come quella di &#8220;interruzione volontaria della gravidanza&#8221;, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica”. Altra cosa, infine, è la semplificazione. Nemmeno questa, di per sé, sarebbe dannosa se si limitasse a sintetizzare, a raccontare la stessa verità con il minimo numero possibile di parole. Invece talvolta la semplificazione diventa eccessiva, finendo per allontanarsi dalla verità o addirittura per capovolgerla. All’inizio di agosto 2005, ad esempio, tutti i quotidiani italiani hanno dato ampio risalto al cambio della guardia al vertice della missione ISAF (International Security Assistance Force) a Kabul con titoli tipo “L’Italia gestisce ISAF” e “L’Italia sostituisce la Turchia al vertice di ISAF”.<br />
Spiace deludere tutti coloro (e sono probabilmente molti) che hanno creduto a questi titoli semplificatori, ma non è vero che “l’Italia ha gestito ISAF”, così come non è vero che la Turchia la gestiva prima del 4 agosto 2005. E’ vero, invece, che la missione ISAF, fin dalla metà del 2003, è gestita dall’Alleanza Atlantica su mandato dell’ONU e che la NATO, per assolvere tale compito, si serve a turno dei suoi sei NRDC (NATO Rapid Deployment Corps, comandi di corpo d’armata di reazione rapida). Uno di questi è comandato da un generale turco (all’epoca Ethem Erdagi) e un altro da un generale italiano (in quel periodo era Mauro Del Vecchio), e sono stati proprio questi due ufficiali della NATO ad avvicendarsi a Kabul il 4 agosto. Ovviamente ci fa piacere che uno di questi sei corpi d’armata abbia il comando a Solbiate Olona in provincia di Varese, così come farà certamente piacere ai Turchi il fatto che uno di quei sei comandi sia ubicato ad Istanbul, ma ciò non è sufficiente per affermare che “l’Italia gestisce ISAF” o che “l’Italia ha sostituito la Turchia al vertice di ISAF”, nemmeno quando ciò si verificherà nuovamente in futuro, cosa tutt’altro che improbabile. La linea di comando della missione ISAF, infatti, prevede che il comando di Kabul risponda al comando NATO di Brunssum in Olanda, il quale prende ordini dal Comando Strategico Operativo SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers in Europe) di Mons in Belgio, il quale a sua volta prende ordini dal Consiglio Atlantico di Bruxelles. Come si vede, la catena di comando non passa assolutamente per Roma, né per Ankara.<br />
E speriamo che fra coloro che credono ai titoli dei giornali non ci sia anche qualche parlamentare, italiano o straniero. Altrimenti, ad una eventuale interrogazione su come l’Italia (o un altro paese alleato) gestisca ISAF qualcuno sarà costretto a rispondere: …ebbene no, non è vero che “l’Italia gestisce ISAF”, i giornali hanno scritto cose fuorvianti, proprio come quando hanno scritto “Il terrorismo attacca Londra”. Con quella frase infelice è stato dato un colpo mortale al pensiero di Claudio Magris secondo cui “La correttezza della lingua è la premessa della chiarezza morale e dell’onestà” e ha confermato invece che talvolta la carta stampata è in grado di “riempire il vuoto con il nulla”, come direbbe Giulio Nascimbeni.        Disinformazione, distorsione, semplificazione, complicazione linguistica, antilingua: tutte figlie dell’ignoranza e della “pubblica (d)istruzione”. Ciò non desta meraviglia in un Paese in cui la saggezza media è quella contenuta nel cervello di una “velina” che alla domanda di cultura generale “Come si chiama il satellite del nostro pianeta?” risponde con sicurezza: “Sky!”. Né desta stupore in un Paese in cui ci sono molte più “paninoteche” che biblioteche e dove i tribuni della plebe approdati in parlamento tuonano “In Itaglia c’è troppa corruzzione, usciamo i corrotti dai palazzi dell’aggiustizzia!”.                                                                                                                                                                                                                                                                  Diceva Italo Calvino che dove trionfa l’antilingua (l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato”) la lingua viene uccisa. Se Calvino sapesse quanto sono cambiate (in peggio!) le cose dai tempi del suo articolo del 1965, sarebbe contento di essere morto. Anzi: diversamente vivo.</p>
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		<title>La vita è davvero uguale per tutti? L&#8217;ultimo libro della Binetti parla chiaro sull&#8217;uguale dignità della persona</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 14:30:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Pensieri - “Il cuore veglia“. E&#8217; così che l’onorevole Paola Binetti dà l&#8217;avvio al suo ultimo libro: “La vita è uguale per tutti” (nella foto). Il chiaro riferimento all’importanza della legislazione nella vita delle persone è il punto di partenza per capire come i valori morali possano influire su alcune scelte, certo molto difficili, ma comunque scelte. Così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-1593" title="librobinetti" src="http://www.ilgiornaledibioetica.com/wp-content/uploads/2010/07/librobinetti.jpg" alt="librobinetti" width="138" height="220" />di Claudio Pensieri - </strong>“Il cuore veglia“. E&#8217; così che l’onorevole Paola Binetti dà l&#8217;avvio al suo ultimo libro: “La vita è uguale per tutti” (nella foto). Il chiaro riferimento all’importanza della legislazione nella vita delle persone è il punto di partenza per capire come i valori morali possano influire su alcune scelte, certo molto difficili, ma comunque scelte. Così la nostra attenzione va ai temi etici, e rimane vigile e desta. Gli episodi veicolati dai mass media, anche se spesso con modalità informative scorrette o incomplete, “Ci spingono a uscire dall’indifferenza frettolosa con cui a volte ci poniamo i quesiti più importanti della nostra esistenza: non solo su che cosa sia la vita e cosa la morte, ma anche su come dare un ‘senso alla nostra vita’ quando sembrerebbe proprio non averne” – scrive l’onorevole Binetti. I casi di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro hanno interpellato le nostre coscienze e hanno concretamente evidenziato la problematicità del rifiuto delle terapie: un tema decisamente centrale in materia di Bioetica. È lecito staccare il respiratore artificiale a un malato di sclerosi laterale amiotrofica, completamente paralizzato, ma capace di manifestare la propria volontà, e di dare il consenso informato? È lecito sospendere alimentazione ed idratazione ad un paziente in stato vegetativo come Eluana Englaro? <span id="more-1592"></span>Il volume dell’on. Binetti, a partire da una rigorosa ricostruzione dei casi appena citati, a tutti noti, accompagna il lettore alla ricerca di risposte a domande ineludibili, complesse, laceranti.<br />
Negli ultimi anni, chiunque si sia interessato alla bioetica, ha potuto assistere ad una strumentalizzazione e forzatura nell’interpretazione di molti dati, sorprendendosi anche dell’ostinata determinazione con cui, in molti purtroppo, hanno fatto leva sul nostro senso di pietà, per affermare il principio di autodeterminazione estremo, al di sopra di qualunque ragionamento, al fine di  cambiare modello di alleanza terapeutica fino a quel momento centrato sulla relazione di cura, ribaltandolo. Un modello a tal punto ribaltato da mettere al centro della relazione medico-paziente il “diritto al rifiuto delle cure” e non la “persona umana” da aiutare a superare i suoi problemi sociali e psichici.<br />
“Al senso di pietà che per secoli ha contraddistinto chi si prendeva cura del malato, si cerca di sostituire la pietà di chi vuole, non la cura, ma la morte del malato”, afferma Paola Binetti, deputata, neuropsichiatra infantile e professoressa universitaria, intervenendo in questo dibattito sia con la competenza medica, sia con l’esperienza legislativa, ed arrivando a delineare una modalità per affrontare il fine vita capace di conciliare la Costituzione e le leggi dello Stato italiano con i valori e le sensibilità umane.<br />
Il libro è una riflessione approfondita ed autorevole, condotta sulla traccia dei casi di cronaca che hanno appassionato tutti gli italiani, a partire da quello di Eluana Englaro.<br />
Ancora oggi, in Italia, sembra che l’oggetto della contesa sia la legalizzazione o la messa fuori legge di una nuova modalità di togliere la vita. Dovremmo però ricordare che il padre di Terry Schiavo, che anni prima aveva autorizzato il “distacco della spina” alla propria madre, ha poi voluto, con la figlia, adottare tutt’altro comportamento, a vantaggio e difesa della vita.<br />
Del medico, allora, che cosa dire? È arrivato il momento di chiederci quale sia la funzione del medico. Forse, se avesse gli strumenti comunicativi adeguati, potrebbe ristrutturare le credenze limitanti dei richiedenti?<br />
Spesso si desidera la morte perché la vita appare insostenibile, magari per paura della vecchiaia, del dolore, e non perché si ama la morte. Fino ad arrivare ai casi estremi, infatti non è un caso che in Olanda si siano già raccolte 125.000 firme per consentire agli over 70 “sani” di richiedere l’eutanasia.<br />
Sembra che la possibilità di scegliere, di riappropriarsi dei tempi e dei modi del morire, restituiscano alla vita una parte della sua dignità. Non crediamo forse che la dignità stia nel “come” si vive la propria vita? Quante volte, purtroppo, capita di sentire frasi come “è vita quella immobile in un letto?”, oppure “meglio morire che rimanere paralizzati”.<br />
Moltissime ricerche mettono in risalto come la richiesta eutanasica derivi soprattutto dalla percezione della propria “inutilità”, del sentirsi abbandonato, dell’immaginarsi come un peso per gli altri, poi anche dal dolore, che a sua volta è percepito in modo più o meno forte in base all’impatto delle  variabili: dolore fisico (nocicettivo), rabbia, ansia e depressione.<br />
Stiamo dunque correndo dietro agli effetti, piuttosto che alle cause? Forse è tempo d’iniziare a pensare a come far sentire il nostro amore, e la nostra presenza, a queste persone, magari aiutandole ad avere, comunque, una visione del futuro e degli obiettivi ancora possibili.<br />
Una legge che dice “si o no all’eutanasia” sarebbe un’imitazione degli effetti di una politica sbagliata in precedenza. Se le persone sono in compagnia, e si sentono utili al prossimo, riuscendo a mantenere una certa “progettualità” del proprio futuro, la domanda eutanasica sicuramente diminuisce. Sulla stessa scia logica si è attualmente espressa l’on. Binetti riguardo alla pillola abortiva RU486: “Non bisogna rincorrere gli effetti della legge, ma sarebbe il caso di aiutare le future mamme a trovare tutte le condizioni possibili per portare avanti la gravidanza”.<br />
“La Vita è uguale per tutti” è un testo accessibile a tutti. Con uno stile divulgativo riporta dettagliate informazioni, anche circa le ultime ricerche sugli stati di coscienza, che illustrano l’inspiegabile attivazione di alcune aree cerebrali di pazienti in stato vegetativo sottoposti a stimoli verbali.<br />
È quindi lecito chiedersi se le persone che noi pensiamo essere “morte” - soltanto perché non rispondono ai nostri stimoli (o noi non riusciamo a coglierli) - sono davvero morte “dentro”? Allora come si spiega che il dott. Owen A.M., del Medical Research Council Cognition and Brain Science Unit di Cambridge (UK), utilizzando la Risonanza Magnetica Funzionale per misurare la risposta neuronale a stimolazioni verbali, ha registrato che nella persona in stato vegetativo, alla quale è stato chiesto di immaginare di giocare a tennis, e poi di visitare le stanze della sua casa, si è riscontrata l’attivazione delle zone cerebrali deputate all’azione? Parliamo di zone cerebrali quali la Supplementary Motor Area (SMA), nota per esser deputata ad immaginare movimenti coordinati, ed il Parahyppocampal Gyrus (Ppa), zona che si attiva durante i movimenti spaziali. Anche se sono osservazioni che richiedono un ulteriore sviluppo dello studio a livello sperimentale, è interessante notare che ci potrebbe essere la possibilità che la paziente in stato vegetativo abbia mantenuto la rappresentazione mentale ed abbia manifestato un comportamento spontaneo intenzionale e, poiché esiste questa possibilità, finché non sarà dimostrato il contrario non si può dire che negli stati di stati vegetativi non c’è “contenuto di coscienza”.<br />
Ricordiamo inoltre che, nei pazienti in stato di morte cerebrale, l’elettroencefalogramma è piatto, mentre i pazienti in stato vegetativo, nonostante i danni cerebrali subiti (diversi da paziente a paziente) hanno un elettroencefalogramma tutt’altro che piatto, e vivono con il solo sostegno della nutrizione e dell’idratazione assistite (notare il termine “assistite” e non “artificiali”).<br />
Certo, c&#8217;è ancora qualcuno che afferma: “un essere umano è persona solo se è capace di soffrire, quindi se una persona è in coma o in stato vegetativo il paziente non è da considerare persona perché non è cosciente, quindi può essere ’aiutato a morire’ senza problemi”.<br />
È interessante notare che per queste persone “la differenza di specie non è moralmente rilevante”. Perciò, estremizzando, se dovessimo trovarci nella situazione di dover salvare una scimmia (un primate) o un disabile o una persona in coma, dovremmo salvare la scimmia, perché nella scimmia c’è un contenuto di coscienza,mentre nella persona in coma o in stato vegetativo è assente. Pertanto se ne deduce che la differenza di specie non è moralmente rilevante. Però, se ognuno di noi fosse in quel letto d’ospedale, preferiremmo che il medico salvasse noi o la scimmia? <br />
Proprio pensando alla dignità umana di ogni singola persona l’on Binetti scrive: “La mia è una riflessione sulla dignità che la vita umana deve conservare, anche quando le circostanze mettono in discussione l&#8217;opportunità che una vita venga ancora vissuta. Il desiderio di morire è umano. Ma la grande sfida è sostenere l’amore per la vita degli altri quando quell’amore sembra dissolversi”.</p>
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