Roccella: “Accoglienza della vita e senso della famiglia i valori da difendere”

roccellaDalla pillola Ru486 all’eugenetica. Dalla difesa della famiglia tradizionale alla maternità intesa come valore sociale. Le sfide bioetiche di oggi nelle parole del sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (nella foto). E’ il sottosegretario continuamente accusato, dai suoi avversari, d’ “intransigenza e durezza”. Noi de “Il Giornale di Bioetica” la incontriamo in rientro da una seduta alla Camera, e la intervistiamo.
D.: “Sottosegretario, l’anno appena terminato l’ha vista impegnata ed esposta su molti fronti “caldi”: la vicenda di Eluana Englaro, e la sua forte polemica sull’introduzione, anche nel nostro Paese, della pillola abortiva. Partiamo allora dalla Ru486. Con l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) la partita è ancora aperta o definitivamente chiusa?
R.: Non è affatto chiusa. Vorrei specificare che quando si parla di pillola abortiva RU486, in realtà si parla di un trattamento farmacologico di due pillole, prese a distanza di diverse ore l’una dall’altra. La prima pillola è il “mifepristone”, molecola che agisce sul progesterone, un ormone che favorisce ed assicura il mantenimento della gravidanza per le sue diverse azioni sulle strutture uterine, bloccandone l’azione. Lo scopo della prima pillola è, dunque, bloccare la gravidanza. Successivamente viene somministrata una prostaglandina (misoprostol) che induce contrazioni uterine ed espulsione dei tessuti embrionali. Noi abbiamo chiesto il ricovero obbligatorio nel rispetto della Legge 194, che impone che l’intervento abortivo abbia luogo soltanto nelle strutture pubbliche o, comunque, presso strutture autorizzate dallo Stato. D.: Si riferisce al problema della sicurezza per la donna e al pericolo dell’aborto “domestico” ?
R.: Certo. La Legge 194 ha dei paletti precisi, difficilmente compatibili con la Ru486. Di fatto, con la Ru486, si parla già di aborto privato, in quanto l’aborto vero e proprio potrebbe avvenire “a domicilio”, fra le mura di casa, in solitudine. Questo non è solo un problema delle donne, non è un problema privato ma è un problema sociale, perché la maternità è un fatto sociale. Dunque l’aborto deve necessariamente avvenire all’interno di una struttura pubblica dove non vi è alcun guadagno. La tutela della vita, e l’aborto visto come un problema sociale, e non privato, sono uno specifico della nostra cultura. Insisto su questo punto perché è un concetto fondamentale. Se fino ad oggi siamo riusciti a contenere i numeri dell’aborto, anno dopo anno, è proprio grazie a questa visione sociale del problema ed all’impostazione di fondo della Legge 194.Un metodo che si contrappone alla legge sull’aborto crea un problema politico. Scavalcare la Legge 194 vuol dire ampliare le frontiere dell’aborto, vuol dire privatizzare l’aborto. In Francia ad esempio, è avvenuto questo. Prima si è introdotta la Ru486, e poi si è cambiata la legge. Una volta toccata la legge, è evidente che si aprono una serie di problematiche e di dinamiche di fondamentale importanza per la nostra cultura e la nostra società. Ritengo che dietro alla battaglia politica per l’introduzione della Ru486 ci sia la volontà di scardinare la Legge 194 ed i paletti che la legge stessa impone.
D.: Sottosegretario, valeva la pena di far vivere Eluana Englaro nelle sue condizioni? Che cosa pensa, inoltre, del concetto di “autodeterminazione”?
R.: Il concetto di autodeterminazione è un concetto piuttosto mitologico. E’ evidente che ognuno di noi tende all’autodeterminazione se questo significa avere possesso della propria vita e delle proprie scelte consapevoli, ma c’è un ambito della persona che non può essere autodeterminato ed è l’ambito delle relazioni. Noi non nasciamo autodeterminati, nasciamo nel corpo di un’altra persona, quindi totalmente affidati, e restiamo affidati per gran parte della nostra vita. Tutti sperimentiamo dei momenti di fragilità, di malattia, di bisogno, e l’etica della cura, che è sempre stata l’etica delle donne, delle mamme, è proprio quella di farsi carico delle fragilità e dei bisogni che non sono solo fisici ma umani. Il bisogno di un bambino di essere accudito è un bisogno globale, psicologico e fisico, per cui non si può settorializzare la cura all’idea del bisogno fisico, e non si può pensare che la relazione non sia un concetto ampio, che copre una parte profonda dei desideri e dei bisogni della persona. Là dove si può parlare di autodeterminazione c’è sempre una componente di affidamento all’altro. Inoltre il principio di autodeterminazione può essere molto pericoloso.
D.: Nello specifico si riferisce a Eluana?
R.: Secondo l’Articolo 32 della Costituzione, ognuno ha il diritto di scegliere le proprie cure. Tutti noi abbiamo assistito al caso Englaro, in cui la magistratura è intervenuta in un campo molto delicato. La giovane ragazza, non in fase terminale, è stata lasciata morire di fame e di sete da un gruppo di volontari, però in assenza di una volontà scritta. Idratazione ed alimentazione non sono trattamenti per curare una malattia, sono mezzi di sostentamento essenziali per qualsiasi essere umano. C’era bisogno di una legge come margine a sentenze di questo tipo. Credo che garantire la tutela della vita ed il principio della cura sia una cosa necessaria, accanto alla dichiarazione anticipata di trattamento.
D.: Eppure proprio sul testamento biologico, c’è chi, all’interno del suo partito, si richiama ad un disarmo ideologico. Si può parlare di una fronda che agisce nei suoi confronti?
R.: Il Pdl è un grande partito che racchiude molte anime. E’ fisiologico e necessario che si apra un dibattito su tematiche tanto importanti. Credo che sia solo un bene il fatto di confrontarsi e discutere su argomenti tanto delicati.
D.: Sottosegretario, nel “Libro Bianco”, il documento di riferimento per i futuri interventi sullo Stato sociale,  è scritto che la società gioca la sua sopravvivenza nel riconoscere e promuovere la famiglia. Quali sono le misure concrete che avete messo in campo per conciliare lavoro, famiglia e figli?
R.: Innanzitutto il quoziente familiare ed in generale un atteggiamento nei confronti del prelievo fiscale, che tenga conto del numero dei componenti della famiglia. Questo è un provvedimento che richiede molto denaro. Il precedente governo Berlusconi aveva già inserito il principio delle deduzioni che poi il governo Prodi ha cancellato. Adesso dobbiamo riprendere quel cammino. Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad una crisi pesantissima ed abbiamo scelto come priorità la difesa del lavoro, e di conseguenza la famiglia, spostando il più possibile i fondi sugli ammortizzatori sociali. Sicuramente la prossima azione sarà rivolta alle famiglie, attraverso un prelievo fiscale che tenga conto del numero dei componenti della famiglia stessa.
D.: Quando parla di famiglia, a quale tipologia di famiglia si riferisce?
R.: A quella che tutti noi abbiamo sperimentato. Tutti noi siamo figli di un uomo e di una donna, e questo è il punto da cui dobbiamo partire. La differenza tra gli uomini e gli animali è che esiste un intreccio tra biologia e capacità relazionale negli uomini, che negli animali non c’è. Il sentimento della paternità negli animali non c’è, la stessa maternità è una maternità a tempo. La nostra maternità e paternità sono fatti anche biologici ma non solo: sono importantissime questioni di relazioni che fondano i legami fra le persone. L’idea di una relazione “per sempre” è un’idea che si ritrova nel matrimonio e nasce proprio dalla maternità; l’affetto di una madre e di un padre sono affetti che sperimentiamo per sempre, su cui ognuno di noi conta senza doverli meritare. Questa prima esperienza di dono gratuito e di casualità della nascita deve essere garantita. Per mantenere questo, che è fondamento dell’umano e delle relazioni umane, bisogna stare attenti ad una serie di fenomeni, ad esempio la possibilità di selezionare i figli, di sceglierli e di scartarli se non sono in buona salute.
D.: Quindi all’eugenetica?
R.: L’importante è sapere che cosa si vuole, scegliere dove si vuole andare, quale società si vuole costruire, a quale famiglia dare il massimo dell’attenzione. Da questo viene fuori che la famiglia è una sola, e che su quella dobbiamo investire.
D.: Vicemininistro, parliamo di Europa e denatalità. Nel 2050 i demografi prevedono un’Europa sempre più popolata da vecchi e con pochi bambini. Siamo insomma al cosiddetto “rovesciamento della piramide demografica?”
R.: Si tratta di un problema forte che impone di mettere al centro della politica la famiglia, la maternità e la questione demografica. Una società che non fa figli è una società sofferente, che non guarda verso il futuro, che non ha spinta verso il domani, che non ha innovazione, perché sono le giovani generazioni quelle capaci di avere uno sguardo proiettato verso le nuove dinamiche. Senza figli avremo una società che si chiude in se stessa, senza contare l’insorgere di fenomeni inquietanti, come nel caso della Francia nella quale, in un quartiere dove si doveva costruire una scuola, gli abitanti si sono mobilitati contro l’apertura dell’istituto sostenendo che la scuola porta confusione: quello era diventato un quartiere di persone anziane che non volevano più un confronto con i giovani. È chiaro che non è solo una questione di equilibrio demografico, ma di nuove politiche di sostegno alla promozione alla vita in seno all’Europa. E il sostegno alla maternità ed alla paternità sono il primo elemento che la UE dovrebbe porre al centro delle sue iniziative, perché è attraverso il loro rafforzamento che può generarsi una nuova comunità che si espande nei legami sociali.
D.: Eppure l’Italia, in fatto di famiglia e di desiderio di maternità, sembra in controtendenza…
R.: I motivi per cui si manifesta il calo demografico sono complessi, se si leggono le statistiche sul desiderio di maternità si nota che queste sono inalterate da circa 30 anni, in particolare proprio  in Italia. Le donne italiane desiderano fare lo stesso numero di figli che desideravano fare 30 anni fa. Però non li fanno. In Italia la famiglia tiene nella sua forma tradizionale, il numero di divorzi è basso rispetto alle medie europee. I fenomeni di devianza giovanile (ad esempio gli aborti fra le minorenni) sono molto meno accentuati che negli altri Paesi europei, sono basse le percentuali di madri single che sono in un numero altissimo ad esempio in Svezia e Francia e danno luogo ai cosiddetti “padri ospiti”, figure non strutturate a cui non ci possiamo rivolgere nell’arco della nostra vita ma che, al contrario, sono figure superficiali che si succedono. Noi abbiamo una famiglia che tiene, ma abbiamo meno figli rispetto a paesi in cui la famiglia tiene molto meno. La situazione è quindi particolare. Se noi puntiamo tutto soltanto sugli aiuti di tipo economico, quindi sugli aiuti fiscali, necessari e presenti nel programma di governo, corriamo il rischio di avere qualche bambino in più, ma anche tutti quei fenomeni di disgregazione sostanziale della famiglia che non possono compensare l’aumento demografico. Se muore la famiglia crescono i rischi per i giovani ed i rischi di disgregazione sociale di cui abbiamo accennato prima. Il problema, quindi, richiede una doppia azione sinergica: da una parte con interventi di tipo economico, dall’altra di facilitazione dei tempi di lavoro delle donne, che ne favoriscano l’accesso al mondo del lavoro.
D.: Possiamo dire “più lavoro, più accoglienza alla  vita”?
R.: In un certo senso sì. E’ dimostrato infatti che in Europa le donne più lavorano e più fanno figli. Ma dall’altra parte bisogna sostenere e diffondere, parallelamente a forme di lavoro più concilianti, una cultura che in Italia già è presente, ossia la cultura dell’accoglienza alla vita, della tutela della vita, della famiglia, dei figli, dei rapporti fra le generazioni. Questa cultura è uno specifico italiano. Le ricerche dimostrano che in Italia le famiglie ancora si riuniscono la domenica, e, quando parlo di famiglia, intendo anche i nonni, gli zii e tutte quelle relazioni parentali che permettono alla famiglia di essere tale. Questo è un fenomeno quasi scomparso nel mondo occidentale. Noi dobbiamo tutelare e mantenere il valore della famiglia, e sostenerlo andando ad incidere su altri livelli, quali ad esempio quelli economici.

Manuela Bernabei e Antonello Cavallotto

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