Il divieto alla pillola abortiva anche in caso di stupro fa ancora discutere

Vorrei riprendere la discussione lanciata da mons. Jean Laffitte sulle colonne de L’Osservatore Romano di qualche tempo fa, nella quale veniva riaffermata l’assoluto divieto all’uso della Ru486 - meglio conosciuta come “la pillola del giorno dopo” - anche da parte di donne stuprate. La motivazione principale - del “no assoluto” all’uso della pillola abortiva - era legata alla difesa dell’eventuale vita già concepita. Possibile, quindi, farne uso per evitare una probabile ovulazione, e fecondazione, ma non a fecondazione già avvenuta. Mi domando: se la motivazione si fonda sul discorso legato alla difesa della vita, cosa si può dire sulla difesa della vita della donna vittima di un evento altamente drammatico, e traumatico, come lo stupro? Certo come tutti gli eventi traumatici ha bisogno di un tempo per essere rielaborato, metabolizzato, quindi rivissuto in maniera adeguata alle necessità di vita dell’individuo. La necessaria elaborazione del lutto, come si usa dire in termini tecnici, provoca una sofferenza sicuramente maggiore di quella provata nell’atto traumatico. E questo accade in un’evoluzione “normale” dell’elaborazione dell’evento stressante. Cosa dire se questo evento si perpetua giorno dopo giorno, ventiquattro ore al giorno per circa 270 giorni? Preciso meglio. Se una persona mette in atto ciclicamente comportamenti disfunzionali si parla sicuramente di comportamento nevrotico, in termini tecnici diremmo che il soggetto tende ad una “coazione a ripetere”. Ma il far rivivere coattamente ad una persona l’evento stressante come può essere definito? È infatti proprio questo quello che si va a determinare, volendo impedire ad una donna, vittima di stupro, di impedire che il suo corpo generi una vita non voluta, e che ogni giorno la riporterebbe a vivere ciò che ogni donna non vorrebbe mai dover ricordare.
Allora “Come obbligo morale basterebbe la sola probabilità di trovarsi di fronte ad una persona per giustificare la più netta proibizione di ogni intervento volto a sopprimere l’embrione umano”, ha affermato Mons. Lafitte, citando un passo dell’Enciclica Evangelium Vitae.
Difesa della vita dunque ma non per la vita della donna “colpevole” di aver subito stupro. Vita della donna che deve “essere punita” forse solo per il suo essere donna.
Come non ripensare alle donne vittime di stupro razziale nel Kosovo nel 1999.
Mi domando se sia veramente “etico” parlare di etica in queste situazioni. O meglio: è veramente etico il “no assoluto” alla difesa della vita della donna in difesa della vita di un ipotetico feto?

Carlo Del Proposto, psicoterapeura

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11 Responses to “Il divieto alla pillola abortiva anche in caso di stupro fa ancora discutere”

  1. Giovanni Nocera Says:

    Se ci fosse un divieto a condizione perchè non pensare ad altre eccezioni: perche condannare una famiglia ad avere un figlio malato, che quindi peserà sull’intero nucleo?

    La vita umana va difesa senza se e senza ma. Postulare una eccezione significa ammetterne infinite, tutte giustificabili soggettivamente.

  2. Giovanni Nocera Says:

    Vorrei poi evidenziare un errore: la “pillola del giorno dopo” è cosa ben diversa dalla RU486, pillola abortiva che può essere utilizzata per procurare un aborto fino alle 7 settimana di gestazione.

  3. Emanuele Carnevale Says:

    Non capisco perché si parli di colpevolizzare la donna o addirittura di punirla. Qui si parla di condanna morale dell’aborto. Qui si parla di rispondere a uno stupro con un omicidio, cioè di amplificare ancora il male già accaduto. E’ una questione di verità. Non si vede perché si debba tener conto della ferita psicologica dell’aver subito uno stupro e non di quella di aver potezialmente ucciso qualcuno. Comunque venga considerata la cosa si agisce con lo scopo di uccidere. Non sono sicuro che questo atto possa avere un fine psicologicamente terapeutico, potrebbe averlo solo nel caso che si cercasse di convincere la donna, mentendo, che in fondo di omicidio non si tratta. Il valore morale dei nostri atti stà più in alto del benessere immediato che ci recano, e soprattutto la vita, specie quando è la vita altrui, va protetta anche a costo di sofferenze. Sofferenze che in casi come questi possono essere superate solo amando intensamente la vita, non rifiutandola.

  4. Emanuele Carnevale Says:

    Dedurre poi dall’articolo citato che per la Chiesa Cattolica sia moralmente lecita la contraccezione mi sembra arduo, e in ogni caso bisogna precisare che non è affatto così, fermo restando che il reato di omicidio resta più grave.

  5. Quintino Giorgio D'Alessandris Says:

    Cara Luisella, cari amici,

    Non possiamo immaginare una situazione peggiore rispetto a quella descritta in questo articolo. Una donna vittima di stupro! Il problema di cosa sia giusto fare in una situazione del genere è di difficile soluzione. Riteniamo però che la discussione vada affrontata in termini oggettivi, non facendosi coinvolgere emotivamente dalla situazione. Ci spieghiamo: immaginate una mamma il cui figlio sia stato violentato da un pedofilo. Come giudicarla male se arriva ad odiare il pedofilo fino a desiderarne, anzi a ritenerne giusta, la morte? Eppure la legge non può consentire una cosa del genere, perché scivolerebbe nella barbarie. Un discorso analogo può essere applicato, con le dovute differenze, al caso in esame. L’evidenza - o anche solo il sospetto - di essere di fronte ad una vita umana, indifesa ed innocente, per quanto concepita con un atto violento, ci obbliga a difenderla, a qualunque costo. La soluzione è allora un’altra: sostenere con tutte le forze possibili la donna vittima di uno stupro, aiutarla a distinguere l’atto violento in sé, dal figlio che porta in grembo, aiutarla a rendersi conto che si tratta di SUO figlio! Questa consapevolezza può rappresentare un riscatto dalla violenza: dalla barbarie dello stupro nasce allora il grande atto d’amore di una madre che si impegna ad allevare il SUO bambino, benché inizialmente non voluto. E’ certamente una soluzione più impegnativa, per la donna in primis ma anche per la società, che non si può semplicemente “lavare le mani” somministrando una pillola ma è impegnata a sostenere con tutte le sue forze questa MAMMA. Ma è una soluzione infinitamente più giusta. Anzi, è LA soluzione giusta!

    Anna Chiara Contini - Medico Chirurgo
    Quintino Giorgio D’Alessandris - Medico Chirurgo

  6. Emmanuele Di Leo Says:

    Gentilissimo Carlo Del Proposto,

    è bello vedere che nel giornale di bioetica, si possano trovare anche pareri differenti. Ma ahimè bisogna rettificare alcune cose. La RU486, non è “la pillola del giorno dopo” ma bensì mezzo per effettuare un aborto chimico. Che oggi inizi un processo culturale - medico che porta la RU486 ad essere un mezzo oltre che di aborto chimico, anche contraccettivo, è una tragica realtà ma non un dato scientifico (più che altro un dato culturale).

    Nella sua domanda: “Mi domando: se la motivazione si fonda sul discorso legato alla difesa della vita, cosa si può dire sulla difesa della vita della donna vittima di un evento altamente drammatico, e traumatico, come lo stupro? ”
    Bene è proprio di difesa sulla vita della donna che si sta parlando.
    Infatti la RU486 è una pillola che può portare anche al decesso della donna che la utilizza.
    “I diversi decessi già avvenuti (per shock settico da Clostridium sordellii e di emorragia) fanno quantificare un rischio di mortalità dieci volte superiore a quello dell’aborto chirurgico”*

    Citando le parole di di Michael F. Green, che pubblicando un articolo su New England Journal of Medicin dice: “il motivo principale dei decessi di donne è riconducibile alla riduzione delle difese organiche delle donne trattate con Ru 486 (azione immunosoppressiva) e conseguente predisposizione all’infezione letale da Clostridium sordellii o da altri germi patogeni”.

    Penso che sia tragico pensare che la donna si ritrova tra le mura domestiche, sola ad affrontare l’aborto. Proprio la legge 194 cercava di tutelare questo ed ora un farmaco come la RU486, si beffa anche della legge. Quindi quella donna tra le mura di casa si ritrova dopo l’assunzione del farmaco a riconoscere i segni dell’aborto e affrontare gli effetti collaterali sola completamente sola, con tutti i rischi che ne conseguono.

    Continuando poi nel suo articolo, lei parla della traumaticità dello stupro. Vero e molto doloroso e difficile da superare. Ma per quanto è inerente alla “sindrome post aborto”? E’ semplice da superare? come un bere un bicchiere d’acqua?

    Cordialmente,

    Emmanuele Di Leo

    *Lucio Romano (intervento in un covegno a Trento)

  7. Carlo Del Proposto Says:

    Gentile dottor Nocera, la ringrazio per la precisa e puntuale annotazione sulla differenza tra la “pillola del giorno dopo” e la Ru486, espressione di una attenta e critica lettura dello scritto che, haime, devo ammettere a me è mancata prima di passare il pezzo, affidandomi invece ad una visione gestaltica di quanto scritto che, per effetto della “buona forma” mi ha portato a leggere ciò che invece mancava, quelle due paroline che avrebbero reso chiara la differenza: “…e anche…?”. Quindi nessuna trama oscura mirata a far passare messaggi subliminali; in una società illuminista e democratica credo che le idee possano essere illustrate apertamente.
    Ciò detto Le vorrei rispondere invece al primo appunto. Il problema è che entrambi parliamo di difesa della vita, solo che per me e per il mio ruolo professionale, la difesa deve valere anche (e mi permetto di aggiungere principalmente) per la donna che ha vissuto una esperienza tragica come lo stupro e non condannarla, per difendere una vita impostale con violenza, ad una vita psichica di sofferenza.
    (carlodelproposto@alice.it)

  8. Carlo Del Proposto Says:

    Gentile dottor Carnevale, credo che essere d’accordo con l’aborto sia una cosa che nessuno pensi, ma lasciarne la scelta sia qualcosa che va oltre il nostro convincimento. Voltaire diceva “non sono d’accordo con le tue idee ma lotterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle”. Non vedo perché non si debba tener conto della ferita psicologica dell’aver subito uno stupro mentre vada considerata quella legata all’aborto. Parliamo di verità, ma quale è la verità in questo caso, dove si trova? chi può dire quale essa sia? forse mentiremmo alla donna convincendola!! Che è un atto d’amore.
    Amare intensamente la vita non per tutti può voler dire accettare la sofferenza imposta da altri.
    (carlodelproposto@alice.it)

  9. Carlo Del Proposto Says:

    Gentilissimi dottori Contini e D’Alessandris, sono perfettamente d’accordo che la discussione vada affrontata in termini oggettivi e senza farsi coinvolgere emotivamente dalla situazione. D’altra parte ciò risulta anche più facile parlando in terza persona e quindi senza essere l’attore principale della tragedia. Riprendiamo l’esempio della mamma con il figlio violentato da un pedofilo. Certamente nessuno la condanna se arriva a desiderare e considerare giusta la morte del reo, ma la legge non permette ciò e siamo tutti d’accordo. E siamo d’accordo che se la donna stuprata decide in caso di gravidanza legata all’evento di avere il figlio e sentirlo SUO, ben venga! Ma il problema è legato a chi questa possibilità non la accetta. Chi non sente SUO quell’ipotetico figlio. Chi vive la situazione come un perpetrarsi della barbarie vissuta. Certamente va aiutata e sostenuta ma poi l’ultima parola (come è valso per il caso precedente) credo che spetti solo a lei, e la legge permette ciò. E francamente non mi sento di affermare in termini assolutistici quale sia LA soluzione giusta.

  10. Carlo Del Proposto Says:

    Gentilissimo Emmanuele Di Leo
    Ho letto il suo commento ed eccomi qui. Vorrei iniziare cercando di chiarire che fondamentalmente anche io sono contrario all’aborto come pratica anticoncezionale, ma in questo caso mi sembra che il problema sia altro. Tralasciando (solo perché mi sembra di averlo già chiarito sopra) la differenza tra Ru486 e pillola del giorno dopo, mi sembra invece importante chiarire cosa c’è dietro al veto del Vaticano: una imposizione per la donna a non poter decidere.
    Passando all’aspetto difesa della vita, è vero che la Ru486 possa causare la morte (come qualsiasi farmaco) ma i dati associati credo che vadano letti in maniera più puntuale. Leggendo un po’ ho trovato che vengono indicati 29 decessi associati al mifepristone. Di questi, però, 12 sono dovuti ad “uso compassionevole” del farmaco e quindi 17 a seguito di aborto terapeutico. Molti di questi tra l’altro determinati da infezione dovuta da Clostridium sorbelii, un batterio normalmente presente nella flora batterica, non pericoloso, e solo in casi in cui il misoprostolo (prostaglandina utilizzata nella doppia somministrazione, due giorni dopo il mifepristone) è stato somministrato per via vaginale. Comunque il rapporto casuale non è ancora dimostrato a meno di non voler cadere nella fallacia del “post hoc, ergo propter hoc”. Tornando ai decessi riscontrati nell’uso compassionevole, imputarli al mifepristone nell’uso “off label”, sperimentandolo quindi nel trattamento di alcuni tipi di cancro (quando altri farmaci specifici non portavano a soluzione) è forse eccessivo, tali decessi potrebbero anche essere letti come casuale sincronismo all’assunzione del farmaco. Da vecchio lettore di dati vorrei far notare un altro aspetto. Aver inserito i 12 associati all’uso compassionevole nel computo totale dei decessi, porta a considerare questi come raddoppiati, da qui il facile asserto: se i decessi sono raddoppiati è raddoppiata la mortalità. Ma (statistica elementare) questi dati vanno letti (e interpretati) in “relazione a”; quindi se un farmaco su 29 somministrazioni, porta a 29 decessi ci troviamo di fronte ad un sicuro veleno; ma se 29 decessi vengono letti in relazione a 29 milioni, rientriamo in un ambito di sicurezza accettabile (ahimé il rischio zero non esiste!).
    Torniamo però al discorso più mirato all’aborto. Sono d’accordo che una donna non debba essere lasciata sola ad affrontare un evento così traumatico. E, arrivando all’ultimo punto della sua annotazione, no! Neanche l’aborto è un evento che possa essere superato con facilità ma rimango della opinione che è una scelta, ed una scelta che deve essere lasciata comunque alla donna, accompagnandola e sostenendola come (e forse di più) se decidesse di tenere quel figlio generato dalla violenza subita.

  11. cesare cavoni Says:

    purtroppo devo segnalre l’errore di fondo nell’articolo della dott. Carlo Del Proposto laddove afferma “Vorrei riprendere la discussione lanciata da mons. Jean Laffitte sulle colonne de L’Osservatore Romano di qualche tempo fa, nella quale veniva riaffermata l’assoluto divieto all’uso della Ru486 - meglio conosciuta come “la pillola del giorno dopo”; difatti la pillola del giorno dopo e la pillola RU486 sono due cose completamente diverse.
    Mi preme sottolineare altresì che la citazione all’articolo di Mons. Lafitte pubblicato dall’Osservatore Romano, non è, in questo caso, pertinente poiché anche nell’articolo di Mons. Lafitte vengono riportati dati non veri riguardo l’RU486.
    Cordiali saluti
    Cesare CAvoni

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